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# L’errore come fattore educativo
- URL: https://www.learningdiaries.eu/lerrore-come-fattore-educativo/
- Published: 2018-04-17T06:24:38.000Z
- Updated: 2018-04-17T06:24:38.000Z
- Description: La maturità della pedagogia dell’infanzia e il mondo del lavoro
- Author: Alessandro Giovanazzi
- Tags: Formazione, Riflessioni, Innovazione, #alegiovanazzi

> Sbagliando s’impara, è un vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe essere che sbagliando s’inventa. **(Gianni Rodari)**

*Click here for the* [*english version*](https://medium.com/euristika/error-as-educational-factor-496dc606d93d?ref=learningdiaries.eu)

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L’errore può essere uno strumento positivo, se usato bene, sia nel mondo dell’educazione sia in quello lavorativo. Lo abbiamo sperimentato nel post precedente. Ma non si tratta di una scoperta. Anzi, per molti versi è una constatazione piuttosto ovvia.

Da decenni ormai i più importanti pedagogisti hanno intuito e sviluppato le potenzialità dell’errore. Già negli anni ’60 Jerome Bruner (A theory of instruction) parlava di come utilizzare l’errore come strumento formativo. Anche Maria Montessori sosteneva che “l’errore commesso e auto corretto in modo autonomo portasse all’**indipendenza**, alla **creatività** e alla **crescita** sana”. Non a caso lo chiamava: “Il signor Errore”. Diciamolo, la pedagogia dell’infanzia ha già capito fino in fondo quanto sia importante sbagliare per crescere.

Questa maturità però non sembra riuscire a fare presa nelle esperienze successive, in particolare quella universitaria e lavorativa di molti di noi. Sembra quasi che ciò che per ammissione dei più ci fa crescere, sia anche ciò che deve essere al più presto superato man mano che diventiamo “grandi”.

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Al contrario è indispensabile recuperare il patrimonio di conoscenza della pedagogia dell’infanzia, recuperandone alcuni capisaldi fondanti, come la figura del maestro così come l’importanza della partecipazione cosciente di chi viene formato.

#### Il Maestro e l’errore

Perché l’errore sia costruttivo, abbiamo bisogno di un maestro che ce lo faccia guardare dal suo lato costruibile. Nella scuola dell’infanzia la figura del maestro (in Italia si chiama così non per caso) è ancora indispensabile. C’è la coscienza che allo studente non sia sufficiente trasmettere nozioni.

Questa coscienza viene però a perdersi con il progredire delle fasi successive (le medie, le superiori, l’università, il lavoro), a meno di professori/capi eroici che decidono di fare più di quanto gli richieda il “sistema”. Infatti in Italia il termine maestro viene usato anche per definire quella particolare persona, professore o capo che sia, che si spende anche dal punto di vista umano con noi. Egli si implica fino in fondo con l’idea di farci crescere come uomini, oltre che come Studenti/Professionisti. In altre parole, se alle elementari la presenza di un maestro è etimologicamente considerata come necessaria, tanto da identificare il nome che si da al formatore, dalle medie in poi, con l’introduzione della figura del Professore per le scuole e del capo per il lavoro, diventa una figura per così dire “accessoria”. Che il professore o il capo ti siano anche maestri deriverebbe dalla loro buona volontà e in larga parte, dalla fortuna di incontrarli.

> Da principio \[Geppetto\] voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e presolo subito in collo \[pur essendo stato ingiustamente arrestato il giorno prima proprio per colpa sua\], si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per le gote, gli disse singhiozzando: “Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi? **(Carlo Collodi, Le Avventure di Pinocchio)**

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A pensarci bene questo discorso sul maestro, che si spende davvero per la persona che gli è affidata, è totalmente attaccato a quello dell’errore. Quando sbagliamo abbiamo bisogno di essere corretti da una persona che si muove per il nostro bene. Altrimenti le probabilità che prevalga lo scandalo (nostro!) aumentano vertiginosamente. Il maestro non si ferma a guardarti per quello che hai fatto, ma riesce a vedere quello che potrai e riuscirai a fare e si muove affinché questo possa avvenire. Quindi, uno dei punti fondamentali della pedagogia dell’errore è rappresentato da chi te lo fa notare, l’errore. In altre parole: una pedagogia dell’errore non può esistere se non c’è una persona disposta a guardarci davvero con uno sguardo profondamente diverso.

#### L’errore sterile

Ma non è nemmeno sufficiente avere un maestro. E’ necessario che l’errore venga affrontato da parte nostra in modo cosciente e intelligente. Altrimenti l’errore sarà, nel migliore dei casi, semplicemente sterile. Nel peggiore, invece, condizionerà le scelte seguenti, amplificando i problemi e i potenziali danni.

> Ma perché l’errore si ingigantisce? Dev’essere un po’ come quando a scuola facevamo le equazioni algebriche. Cioè, tu fai uno sbaglietto, una svista, un più o un meno, chi lo sa. È che poi te lo porti dietro… e nella riga sotto cominci già a vedere degli strani numeri… E dici: va be’, tanto poi si semplifica! E poi numeri sempre più brutti, più grossi, sgraziati anche. Addirittura enormi, incontenibili, schifosi. E alla fine: “x = 472.827.324 fratto, radice quadrata di 87.225.035 + c”. E ora prova un po’ a semplificare! \[…\] Forse, per fare bene un’equazione è sufficiente avere delle buone basi. Ma per fare una storia d’amore vera e duratura è necessario essere capaci di scrostare quella vernice indelebile con cui abbiamo dipinto i nostri sentimenti **(Giorgio Gaber)**

Quando sbagliamo siamo messi di fronte a due strade: perseverare (ah! l’orgoglio!) e vedere peggiorare ulteriormente le cose, oppure tornare sui nostri passi, capire in cosa abbiamo sbagliato e riprendere il Cammino. Come in matematica però è necessario essere lucidi in quel che si fa e possedere la giusta chiave di lettura per affrontare la realtà.

> “Failure is instructive. The person who really thinks learns quite as much from his failures as from his successes.”, **John Dewey.**

Per comprendere quanto tali affermazioni non siano astratte si rende necessario un esempio: si pensi alla catena Mc Donalds, una delle più famose catene di Fast Food del mondo. Ormai in Italia ci siamo abituati a non fare più la fila, ma a ordinare utilizzando dei pannelli interattivi. Se guardassimo con più attenzione, vedremmo poi quanto sia anche cambiato il modo in cui il personale prepara le pietanze. Per non parlare della recente introduzione del servizio al tavolo. Curiosando su internet si scoprirà che Mc Donalds, prima di introdurre questi nuovi metodi, fa prima delle sperimentazioni in alcun locali selezionati in giro per il mondo. Se il metodo funziona, viene esteso a tutta la catena. Se non funziona, si proverà in un’altra direzione. In gergo tecnico si chiama procedimento euristico. **Ma il punto qual’é?**

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> Heuristics stand for strategies using readily accessible though loosely applicable information to control problem-solving processes **(Judea Pearl)**

C’è da aspettarsi che le sperimentazioni infruttuose siano più di quelle fruttuose. Eppure per arrivare a trovare un metodo vincente bisogna passare anche da quegli errori lì. Non è quindi un azzardo il supporre che l’alto tasso d’errore che probabilmente contraddistinguerà le sperimentazioni di Mcdonalds, sia paradossalmente il motore del suo successo, essendo la catena capace di veicolarlo come fattore positivo di progresso.

#### La validità dell’approccio euristico

> Most of science is well-documented failure **(J. Haaheim, Principal timpanist of New York Metropolitan Opera Orchestra)**

Quanto abbiamo affrontato fino ad ora serve per chiarire un aspetto fondamentale. Affinché ci sia progresso e crescita (come studente, lavoratore o addirittura azienda) è necessario muoversi con l’obiettivo di comprendere e non di giustificare.

Tipicamente ciò che incontriamo sempre più, nelle nostre scuole, nelle nostre università e nel lavoro stesso è un approccio apologetico, per cui giustifichiamo tutti i nostri errori, pur essendo spietati con gli errori altrui. Basti pensare alle reazioni dopo un esame andato male, oppure ad una critica (pur giusta) del nostro responsabile a lavoro, così come al bruciore che un progetto fallito porta con sé (parlo anche per me!). Al contrario il procedimento euristico (che sistemizza l’errore) mira a scovare la verità. Il suo scopo non è giustificare, ma piuttosto scoprire. La sua finalità non è volta a limitare gli errori, ma a massimizzare il risultato.

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L’approccio euristico può essere confutato, ma ha anche la possibilità di portare ad un progresso della conoscenza e comunque potrà pur sempre correggersi! Infine gli ambienti dove è possibile e studiare e lavorare senza essere guardati per l’errore che si fa (pur essendo votati alla massima qualità) sono decisamente più sereni, meno ansiosi e ci si spendono più volentieri le proprie energie e il proprio tempo. In altre parole la didattica e l’approccio lavorativo che integrano in modo intelligente l’errore, aumentano anche la qualità della vita di chi li pratica e di chi gli sta intorno.

Un approccio alla realtà, educativa e lavorativa, che non tenga conto dell’approccio euristico non potrà che dimostrarsi sempre più inadeguato di fronte alla sfida della complessità che ogni giorno di più ci viene posta. In ambito matematico e informatico la cosa è talmente riconosciuta da venire largamente applicata, dato che peraltro aumenta la velocità d’esecuzione dei processi (quando invece verrebbe da pensare che li rallenti!). Al contempo questo non vuol dire venire meno all’obiettivo finale, che è proprio di raggiungere un risultato perfetto.

> In matematica, *procedimento e*., qualsiasi procedimento non rigoroso (a carattere approssimativo, intuitivo, analogico, ecc.) che consente di prevedere o rendere plausibile un risultato, il quale in un secondo tempo dovrà essere controllato e convalidato per via rigorosa **(Enciclopedia Treccani)**

#### In conclusione

La visione euristica (diretta conseguenza di un approccio che accetta l’errore), parte dal desiderio di comprensione e di raggiungere uno Scopo. Essa è frutto dell’accettazione, non intuitiva, che la possibilità di sbagliare possa essere una cosa positiva, anzi elemento imprescindibile del percorso di conoscenza. Mentre se tu intendi l’errore in senso giustificativo, diventa immediatamente un giudizio su di te e sugli altri. Tu diventi il tuo errore, e gli altri i propri. Tu vieni bocciato e il tuo valore viene diminuito.

Una volta compreso quanto sia vitale inserire dinamiche didattiche che prevedano l’errore come strumento educativo e formativo, nel mondo della scuola come quello del lavoro, non resta allora che domandarsi sul come introdurle. Il compito del prossimo post sarà il provare a dare degli spunti pratici, affinché si possa dare una risposta concreta alla problematica dell’errore come strumento didattico.

### Persone intervistate

Quanto ho scritto è nato dal dialogo e dal confronto, libero, con:

Giulia Bergamini, Pietro Tapponi, Stefano Miglio, Alex Foti, Annalisa Benatti, Martino Salvatore Corso, Miriam Pozzi, Gianfranco Siciliano, Luciano Romoli, Andrea Silva, Leonora Giovanazzi, Michele Plescia, Alessandro Iannella, Francesca Rossi, Angelo Lucio Rossi, Mattia Tavernini, Giacomo Quaglia.