Che “al centro ci sia un rapporto”
La sfida dell’autorevolezza educativa oggi: tra genitorialità digitale, co-costruzione della didattica e gap generazionale
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Ho avuto modo di parlare con Biancamaria Cavallini nel magnifico contesto del centro storico di Genova, nella zona dei celebri Palazzi dei Rolli. Genovese (fierissima), mi ha dato una grande mano a delineare cosa sta attualmente avvenendo a livello generazionale, nel passaggio dal mondo analogico a quello digitale. Ecco l’intervista che ne è uscita.
Prima domanda. Chi è Bianca?

Allora. Ti direi psicologa del lavoro e formatrice. Diciamo che sono riuscita a fare della mia passione un lavoro. Anche se non ero partita con questa idea. Inizialmente mi ero iscritta a psicologia con l’idea di fare la psicoterapeuta, poi ho scoperto la psicologia sociale e del lavoro. Lì ho capito che c’era un mondo oltre il lettino e che la mia strada poteva passare dalla formazione. Mi piace approcciare il lavoro e le persone senza inscatolarle nei loro ruoli lavorativi, ma piuttosto guardandole a tutto tondo, come persone. Poi amo scrivere. Scrivere per me. Tanto. E non solo articoli su Linkedin.
Ma da dove viene Bianca?
Genova! È la città in cui sono nata ed è una città di vita per me. Nel senso che sento forte l’appartenenza a questa città, di cui sono innamorata follemente. Mi piace lavorarci e investirci le mie energie. Poi vengo da una matrice filosofica forte, prima ancora ancora che psicologica. Il primo libro di filosofia credo di averlo letto a 12 anni (!). Per cui mi piace ragionare e viaggiare molto con la testa, partendo dalle domande sui massimi sistemi per poi arrivare ai contenuti concreti che propongo in aula.
Chi ha modo di seguirti sul web sa che porti avanti con grande attenzione il tema della genitorialità digitale. Prima di incontrarti (virtualmente) non ne avevo mai sentito parlare. Di che cosa si tratta?
Questa idea nasce cinque anni fa su un traghetto per la Grecia, nel dialogo con un amico e collega, riguardo all’impatto delle nuove tecnologie sulla vita delle persone. È un po’ da quel traghetto che ci siamo “tuffati” su come la vita dei genitori sia cambiata dall’ingresso delle tecnologie digitali nella realtà.
Secondo me siamo in una fase davvero delicata. Una generazione di genitori, nativi analogici, si trova a dover crescere una generazione completamente digitale. Una generazione che fatica a capire come gestire la crescita di figli che ragionano secondo paradigmi completamente diversi. Ecco, nel mio piccolo cerco di dare ai genitori degli strumenti concreti per poter affrontare la propria genitorialità nel nuovo contesto digitale.
Ormai tutti siamo coscienti di quanto la rivoluzione digitale sia una sfida da affrontare. Partendo da questa premessa poi ognuno però tende a specializzarsi in un settore: le aziende 4.0, la scuola 4.0, l’amministrazione 4.0, etc.. Sembra mancare un approccio unitario a un problema in realtà trasversale.
Concordo. È ben presente un problema di non integrazione d’approccio fra questi settori. Noi, come T Seed, che è la società in cui lavoro, ad esempio, parliamo di genitorialità digitale non solo nelle scuole, ma anche nelle aziende, per introdurre un nuovo concetto di welfare aziendale. Perché il gap tra generazioni non lo trovi solo a scuola, ma anche nelle aziende e in altri contesti sociali. Così cerchiamo di lavorare con studenti, genitori, professori e aziende proprio per poter mettere a tema un problema condiviso fra realtà molto differenti fra loro. Anche perché tra 5 anni quando i nativi digitali, quelli veri, entreranno nelle aziende.. ecco lì vedremo chi si è preparato e chi invece no.
Per descrivere gli studenti che frequentano le nostre scuole uso spesso il termine “generazione liquida”, proprio perché resiliente ad essere categorizzata con criteri rigidi e cristallizzati. Invece si moltiplicano sul web i tentativi di “fissare” gli elementi caratteristici di queste nuove generazioni. Non si corre il rischio di bias?
Io credo di sì. Assolutamente sì! È un bias che ci fa prendere degli abbagli non da poco.
Ormai si fa riferimento alle generazioni non tanto in senso classico, ma appoggiandosi alla tecnologia maggiormente utilizzata: Generazione Facebook, Generazione Instagram, Generazione Musical.ly.
Secondo me le etichette generazionali cercano di dare in un qualche modo una chiarezza ad un fenomeno che di chiaro ha veramente poco e che pertanto fa paura. Nella mia esperienza, invece, se da una parte mi sono trovata di fronte a classi di studenti assolutamente incapaci di pensiero astratto, d’altra parte ne ho incontrate altre, magari anche più giovani, maggiormente portate a riflettere e a lavorare per progetti. Come categorizzare in modo unitario differenze tanto evidenti? Gli elementi e le variabili in gioco sono talmente tante da impedire qualsiasi categorizzazione.
In un’intervista precedente, fatta ad Andrea Geremicca, Co-founder di Impactscool, abbiamo approfondito il tema dell’evoluzione ormai esponenziale delle tecnologie. Quali problemi porta con se questa esponenzialità?
Il problema di fronte a questo fenomeno è che si cerca di dare risposte semplici a problemi complessi. I ragazzi di oggi si relazionano con la realtà in modo completamente diverso rispetto al passato. Di fronte al problema vedo emergere un atteggiamento, che secondo me è un bias difensivo, per cui insegnanti e genitori incolpano la tecnologia delle distorsioni che emergono nella crescita dei ragazzi. Ma è un’argomentazione che puoi smontare i 3 minuti. Un ragazzo di 10 anni non impara da solo. Impara da qualcun altro, cioè proprio da insegnanti e genitori. E poi, spesso, i “nativi analogici” hanno sempre un po’ l’impressione che ci sia un mondo analogico e un mondo digitale. Che in fondo la realtà “vera” sia quella analogica, e che sia necessario riportare i nativi digitali alla realtà analogica. Ma, oggi, questa posizione non tiene più, proprio perché il mondo sta semplicemente andando da un’altra parte.
Oggi i nativi digitali, in alcuni settori, hanno già superato in capacità e competenze chi veniva prima di loro. È possibile trovare maestri in persone più grandi, ma che in taluni casi ne sanno meno di te?
L’autorità in questi casi non può venire dall’anzianità, ma piuttosto dall’autorevolezza. E quella te la devi guadagnare. Ed è urgente che avvenga. Nel mondo digitale il mandato educativo non passa più solo da genitori e insegnanti, ma anche da internet. E, per quanto affascinante, è in realtà un aspetto totalmente drammatico. Se genitori e insegnanti non riescono a stare dietro al proprio mandato, i loro figli e/o studenti si appoggeranno su internet e sui loro coetanei, con tutte le conseguenze del caso.
In questi casi cerco di introdurre il concetto di reverse mentoring, per cui l’utilizzo meramente strumentale delle nuove tecnologie può essere sviluppato e trasmesso dai nativi digitali ai genitori o ai colleghi, ma la maturità, l’esperienza e la capacità di gestire situazioni non intuitive è un portato che le generazioni analogiche possono e devono trasmettere a loro volta.
Si parla sempre più del fatto che l’educazione non deve più seguire un modello Teacher centred (definito come tradizionale e ormai inefficace) per adottare un modello Learner centred (definito come innovativo ed efficace). Tu invece metti sempre al centro la relazione tra educatore e discente.
Si tratta di un argomento su cui rifletto da tempo con Stefano Solari, mio collega in T Seed. Bisogna andare da caso a caso. È vero che ci sono situazioni scolastiche in cui l’approccio educativo si è fermato al dopoguerra. Il docente spiega in classe e gli studenti ascoltano in silenzio (o almeno questo è quello a cui si ambisce, visto che diventa sempre meno praticabile). Eppure non bisogna correre il rischio di passare ideologicamente dalla parte opposta.
Pure il social marketing è sempre più relazionale. E se le aziende lo hanno capito come concetto, forse è il caso che venga accolto anche dalle scuole e dalle università. Più che di learner-centred learning si potrebbe piuttosto parlare di co-costruzione della didattica, con un approccio relazionale in cui al centro ci sia un rapporto. Il rapporto tra docente e discente.
Poi bisogna fare tutto un ragionamento sull’apprendimento e sull’importanza assoluta della trasversalità. Concentrarsi solo sulle conoscenze è pericoloso oggi. Lo sanno alcuni giornalisti, che hanno capito che il semplice riportare informazioni non basta più, quando le notizie corrono più veloci di loro sul web. Le riflessioni, le inchieste, l’approfondimento resistono invece alla velocità, perché ti aiutano davvero a capire la realtà, anche dopo giorni che la notizia è uscita. È lì che bisogna puntare. Così ad esempio è con la tesina di maturità, che andrebbe rifondata, dato che permette proprio quella trasversalità fra materie, che ti permette di declinare un argomento in tutte le sue sfaccettature.
In molti ambienti si propone di abolirla, invece, la tesina.
Secondo me, invece, bisognerebbe rendere la metodologia didattica che sta dietro alla tesina, quella principale!
Oggi la mentalità degli studenti è sempre più nodale, quindi riescono piuttosto bene ad approcciare la realtà e l’argomentazione in modo orizzontale. Faticano molto di più nella verticalizzazione, cioè nell’approfondimento sistematico.
Guarda, ti faccio un esempio che faccio spesso in aula. Io, di storia, ricordo proprio poco. Ho mandato tutto memoria e quasi niente ne è rimasto. E la cosa in realtà mi spiace parecchio. Il metodo d’insegnamento che ho subito era verticale, ma inefficace.
Il punto è che le cose che ricordo maggiormente sono quelle che avevano anche una relazione con il mio vissuto, o che permettevano di intravedere un impatto pratico. Per cui, secondo me, andrebbe sicuramente cercato un maggiore approfondimento verticale, ma che sia inserito in un contesto significativo e pratico.
Poi, purtroppo, chiudo ponendo una domanda: quanto paga davvero un approfondimento verticale sugli argomenti? Oggi? Esiste ancora interesse per un approccio simile alla realtà nella nostra società?
Ho ragionato su queste ultime domande di Bianca sul treno regionale, nel mio viaggio di ritorno da Genova a Milano, giungendo alla conclusione che aveva toccato un punto davvero nodale. Eppure, mi chiedo: appurato quanto una parte importante della società non sia più interessata alla verticalità, rimane comunque aperto l’interrogativo sulle conseguenze di una tale scelta. Si tratta effettivamente di un relitto del passato, o stiamo perdendoci per strada qualcosa di importante? Questa sarà una delle domande su cui riflettere nei prossimi mesi.

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Scritto, con cura, da Alessandro Giovanazzi su Euristika!
