“Che gli studenti si pongano le domande giuste”
I temi dell’Innovazione, del futuro e dell’impatto delle tecnologie nelle scuole, nelle università e nelle aziende
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Ho incontrato Andrea Geremicca in Stazione Centrale, a Milano. Andrea viaggia moltissimo per diffondere nelle scuole il proprio pensiero rispetto all’arrivo e alla funzione delle nuove tecnologie. L’ho visto appassionato e convinto di quello che dice, ed è una cosa non proprio comune al giorno d’oggi. Per me Andrea rappresenta il perfetto esempio di un paese che ha una gran voglia di reinventarsi, di fare cose grandi e di cambiare il proprio approccio verso il mondo che cambia. Secondo me, giustamente, Andrea ha deciso di farlo partendo dall’Educazione. Per cui parlando di intelligenza artificiale, istituzioni educative, crescita esponenziale delle tecnologie ho avuto modo di chiacchierare con una persona profondamente interessata a capire come guidare la Digital transformation nel settore educativo del nostro paese.
Microsoft, in un una ricerca nemmeno troppo recente, ha evidenziato come l’impatto delle nuove tecnologie stia abbassando progressivamente la nostra capacità di attenzione media. A quanto pare è talmente diminuita da diventare, dal 2015, più bassa di quella dei pesci rossi. Come gli strumenti digitali stanno cambiando il nostro modo di approcciare la realtà?
Esistono delle ricerche che parlano della cosiddetta “amnesia digitale”, o “effetto buco”, che porta le persone a prestare sempre meno attenzione alla soluzione dei problemi. Io, personalmente, lo chiamo effetto Google. E’ come se ci fossimo tutti formati una memoria esterna digitale, che ci libera dal dover risolvere noi i problemi. Ad esempio, perché dover perdere tempo ad affrontare un problema, se possiamo trovare una scorciatoia con le soluzioni già pronte sul web? Questa dinamica però genera una conseguenza. Non cerchiamo più nella nostra memoria e nella nostra esperienza le soluzioni, perché le troveremo più facilmente online.
In un mondo sempre più digitale, dove ormai è possibile immaginare percorsi esclusivamente online di formazione, abbiamo ancora bisogno di avere dei maestri in carne ed ossa?
La mia risposta è assolutamente sì! Spesso si cerca di introdurre tecnologia anche quando questa, in realtà, non va a soddisfare alcun bisogno. Ad oggi non v’è alcun bisogno di sostituire il rapporto personale con un rapporto robotico. Questo però non vuol dire che il settore dell’educazione non sia stato fortemente impattato dalle nuove tecnologie, anche in modo positivo.
Faccio un esempio: se io dovessi correggere un compito a risposta multipla compilato da tutti i miei studenti, questa operazione non solo mi prenderebbe molto tempo, ma farei anche fatica ad analizzare i dati nel loro complesso. Se io invece fornissi ad un’intelligenza artificiale la possibilità di correggere i compiti, innanzitutto potrei destinare il mio tempo ad altre attività, magari più importanti. Ma l’aspetto davvero rilevante sta nel fatto che l’intelligenza artificiale può analizzarli, quei dati. Magari un insegnante potrebbe scoprire che l’80% dei suoi studenti ha sbagliato la stessa domanda e così capire che quell’argomento non l’aveva spiegato poi così bene. Ma si può fare anche di più, scoprendo che magari è il piano didattico nel suo complesso da ridefinire, o che il problema si presenta uguale in certe scuole ma non in altre. L’intelligenza artificiale potrebbe nutrirsi di questi dati e rendere evidenti dei pattern altrimenti incogniti, che magari ci facciano capire che certi studenti sono più incuriositi da alcuni argomenti piuttosto che da altri, o che sono più portati per certe materie invece che per altre.
Il mondo sta cambiando una velocità impressionante e la scuola italiana viene spesso descritta come impreparata per questo cambiamento. Ma anche se lo fosse, su cosa scommettere a livello formativo?
Questo è un po’ un problema che mi tocca da vicino. Nel senso che insieme ad Andrea Dusi e Cristina Pozzi abbiamo deciso di fondare Impactscool, organizzazione no-profit che cerca di portare i temi dell’Innovazione, del futuro e dell’impatto delle tecnologie nelle scuole e nelle università. Abbiamo deciso di farlo perché abbiamo constatato l’esistenza di un grosso gap tra la preparazione che offre oggi il sistema scolastico e quanto richiesto dal mondo del lavoro.
Ci siamo chiesti: perché non portare avanti questi temi attraverso dei workshop dinamici, stimolando il dibattito? Il punto è che per noi non è importante che alla fine di questi cicli di formazione le persone siano assolutamente competenti sulla blockchain o capaci di programmare un’intelligenza artificiale. Ciò che ci preme è che questi studenti si pongano le domande giuste. Dare risposte, con la velocità con cui sta cambiando la realtà, avrebbe davvero poco senso oggi. Basti pensare che l’elettricità, una volta scoperte le possibilità d’uso, ha impiegato 46 anni per arrivare a 50 milioni di persone. Pokémon Go, invece ne ha impiegati 19 per arrivare al medesimo numero di persone… di giorni però!
Come le istituzioni educative del nostro paese stanno affrontando tale cambiamento?
La società è ormai completamente diversa da ciò a cui erano abituati i nostri genitori, o addirittura i nostri nonni. La scuola non può sicuramente prevedere come evolveranno determinate tecnologie. Ciò che la scuola può fare, invece, è fornire gli strumenti per capire, comprendere e guidare il cambiamento nella giusta direzione.
In questo senso però devo dire che noi, come Impactscool, abbiamo avuto la fortuna di cominciare a collaborare con il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). Ad esempio abbiamo firmato con loro un protocollo di Intesa che ha l’obiettivo di portare la materia “Futuro” nelle scuole.
Spesso si pensa alle Istituzioni dello Stato come a qualcosa di immobile, che guardano al cambiamento in maniera passiva. Ma invece non è così. Loro hanno questa volontà, però accelerare una macchina grande e piena di ingranaggi come la scuola non sempre è semplice. Quindi il cambiamento deve partire anche dai docenti, ma perché questo avvenga devono essere in grado di parlare l’alfabeto del mondo in cambiamento, e per questo c’è bisogno di formazione!
Quindi tu proponi un approccio che abbia una logica anche sussidiaria al cambiamento del sistema scolastico.
Io credo che si potrebbe andare verso una scuola che in un qualche modo abbracci l’Outsourcing. Se io non ho le competenze all’interno, le dovrò per forza trovare all’esterno.
In un sistema che, in particolare a livello tecnologico, non sta più crescendo a livello lineare ma esponenziale, l’uomo ha ancora il controllo degli eventi?
Ci sono tecnologie che accelerano molto più velocemente rispetto ad altre. Mi è spesso capitato di parlare del caso Kodak. Quando parli di fallimento, parli quasi sempre di Kodak: Kodak che non è riuscita a vedere la fotografia digitale; Kodak che non ha cavalcato l’innovazione; Kodak che è rimasta come un pachiderma ancorata alle sue tradizioni..
In realtà è andata in modo molto diverso. La prima macchina fotografica, antesignana di quella digitale, fu proprio inventata da un ingegnere della Kodak. Quando questo ingegnere si presentò dal CEO, mise sul tavolo uno strumento che pesava 4kg, faceva foto in 23 secondi, ad una qualità bassissima. Peraltro andava a mettere in crisi uno degli asset più importanti dell’azienda: i rullini per le fotografie.
Ciononostante il CEO fece una domanda all’ingegnere: ma secondo te, questa tecnologia quanto tempo impiegherà ad evolvere abbastanza da poter essere proposta alla grande distribuzione? L’ingegnere andò ad analizzare l’evoluzione della tecnologia sul tema negli anni precedenti e stabilì: secondo me ci vorranno 9–10 anni. Era la previsione che in realtà era sbagliata. Pochi anni dopo Sony se ne uscì con un prodotto simile e cominciò a mangiarsi il mercato! L’insuccesso avvenne non tanto perché Kodak non vide l’avvento della tecnologia, ma perché sottovalutò l’accelerazione esponenziale nello sviluppo della stessa.
Nel tuo articolo “Uccidiamo i creativi” parli di come l’approccio creativo non riesca ad arrivare dalla fase dell’infanzia alle aziende, perché?
Non saprei dirti il perché. Però è vero che abbiamo creato dei preconcetti nella nostra società. Se prendiamo 20 famiglie e in ciascuna il figlio di 9 anni va ad affermare “Voglio fare l’artista!”, quante di queste famiglie asseconderanno il desiderio di quel ragazzo? L’idea è che fare il pittore non sia un lavoro, così come fare il musicista. Diciamo: “no, è sbagliato! Il modo giusto di fare la tal cosa è questo!”. Ma chi l’ha detto che il modo di giusto sia fare proprio quello? Ma chi l’ha detto che in realtà non ci sono altri modi giusti di fare la stessa cosa?
Ed è secondo me un problema culturale, che tende a sopprimere la creatività. Per cui devi entrare a scuola alle nove, irregimentarti in classe in fila, poi la pausa delle 10.30, i compiti.. Sai che devi prendere ottimi voti per prendere il sorriso di tua madre, o il regalo di tuo padre. Sai che devi essere meglio degli altri per primeggiare. Ma in realtà rischi di essere inserito all’interno di un percorso che potrebbe non essere il tuo.
La società economica chiede sempre più che le persone siano formate per “fittare” con i processi economici, la scuola oppone che deve formare persone. Sembra di essere di fronte a un dialogo fra sordi.
Questa affermazione apre un grosso problema. Il punto è che adesso le aziende non riescono a riconoscere i talenti. Prima era più semplice individuare le caratteristiche necessarie. Adesso invece le aziende fanno veramente fatica a capire quali siano i talenti di domani, perché sono cambiate le competenze.
I ragazzi che stanno facendo oggi le elementari cambieranno probabilmente almeno 20 lavori nella loro vita. Per cui è necessario che siano prima di tutto in grado di ragionare, di pensare a 360°, che non abbiano un ruolo preciso e cristallizzato. Non basta più cercare un bravo analista. Vedo comunque quanto alcune aziende abbiano ormai capito questa cosa e stiano modificando la loro struttura interna proprio per attirare questa specie particolarissima e preziosa di talenti. Perché non posso semplicemente formare e poi assumere un analista di dati, quando fra dieci anni probabilmente questo mestiere verrà radicalmente messo in discussione dalle nuove tecnologie.