Costruttori silenziosi

Scuola italiana avulsa dalla realtà? Falso. Ma deve imparare a raccontarsi, per il bene di tutti

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Costruttori silenziosi
Source: Envato elements

Intro

Una delle cose più importanti fatte nella mia vita è il Dottorato di Ricerca in Scienze storiche. Una scelta felice, che mi ha fatto crescere a livello personale e anche professionale. Come storico ho dovuto imparare a gestire la complessità e a ricostruirla in modo non ideologico, concentrandomi nel racconto fedele della realtà. Ma soprattutto, grazie al mio professore e maestro, ho dovuto imparare che la cosa più importante di tutte è la Domanda. Bisogna porre le domande giuste alla realtà, altrimenti saremo come cercatori d’oro, però incapaci di riconoscerlo. Una volta mi è stato spiegato che la pepita d’oro, qualora presente nei torrenti, spesso è uguale identica agli altri sassi. Se non sai come cercarla, ti passa davanti senza che tu te ne accorga, perché ti appare come una semplice pietra, sporca, nera e senza valore. Hai di fronte un valore inestimabile, ma dato che ti manca l’approccio corretto (la domanda), te lo perdi, nella ricerca storica, come in ambito professionale, come nella vita.

Scuola e comunicazione

Ecco, io credo che un problema del genere avvenga con la scuola italiana. Non sto qui a fare delle analisi statistiche sulle pubblicazioni. Non metto in discussione che ci siano persone e istituzioni che pubblicizzano progetti eccellenti. Ma a me, appassionato di innovazione didattica, ciò che passa empiricamente dai principali mezzi di comunicazione (tradizionali e digitali) è la retorica di una scuola retrograda, sorpassata, lenta con piccole isole di eccellenza separate dal resto del sistema. Una delle immagini usate più ricorrentemente è questa:

Henricus de Alemannia with students in a medieval university, by Laurentius de Voltolina, second half 14th century

Di solito l’immagine è seguita da una frase, sarcastica e insinuatrice, di questo genere: “Dal Medioevo ad oggi nulla è cambiato nel modo di fare didattica”. Premesso che da storico mi ribolle tutto dentro, nel veder svilire la culla della cultura europea. Che è un po’ come vergognarsi di quello che ci è accaduto durante l’infanzia. Ciò che penso, però, è un’altra cosa. Come fanno queste persone a credere che la scuola sia davvero bloccata al Medioevo?

Inizialmente volevo scrivere un articolo di fuoco, con argomentazioni solide e corrosive, per smantellare questo tipo di voci. Ovviamente senza mettere la testa sotto la sabbia, cioè fingendo di non vedere i tanti problemi cronici che affliggono il nostro sistema educativo, ma almeno provando a proporre una prospettiva meno disperatamente cinica. Poi però ho capito una cosa. Avrei semplicemente curato i sintomi, non il vero problema, che secondo me è comunicativo. Un problema comunicativo della scuola, non di chi scrive questi pezzi. In fondo queste persone, di solito esterne alla scuola, scrivono in base a quello che vedono. Poco insomma. Troppo poco. E si basano sulle informazioni fornite da coloro che invece di cose da dire ne hanno fin troppe: i professionisti della lamentela.

Comunicare!

Non sto qui a spiegare quanto il mondo digitale sia ormai reale quanto quello analogico. Ciò che vorrei denunciare è la scarsità di docenti che raccontano le loro esperienze, nel web. Cioè docenti che condividono le pepite d’oro, ovvero le loro esperienze educative. Esperienze meravigliose, esperienze d’innovazione, esperienze di un mondo dell’educazione che cambia ed è popolato da persone che mettono in campo cuore e progettualità sconfinate. Lo dico perché in carne ed ossa ne ho incontrati tantissimi di docenti così. Forse non amano parlarne sul web perché, giustamente, ritengono che i beneficiari dei loro sforzi debbano essere primariamente i loro studenti. Ma è come se questi piccoli miracoli rimanessero confinati all’interno della scuola. L’esperienza non diventa patrimonio collettivo e strumento di riflessione e discussione. La pepita ci passa davanti e non ci rendiamo nemmeno conto del fatto che sia passata.

Ci vogliamo ricordare della difficoltà che hanno il mondo scolastico e il mondo del lavoro a comunicare fra di loro?

Ovviamente non voglio dire che di docenti che raccontano la loro esperienza sul web non ce ne siano. Pensando alla mia esperienza, il pensiero va in particolare a Luca Piergiovanni, Eva Pigliapoco e Gianfranco Marini. Insegnanti appassionati e col pallino dell’innovazione, che non si stancano mai di regalare a tutti noi “esterni” degli scorci stupendi su quanto avviene durante il loro viaggio dentro la scuola (come esperienze, mica come teorie). Essi non solo trovano le pepite d’oro, ma le puliscono e le rendono patrimonio condiviso di tutti, semplicemente scrivendo e condividendo la loro esperienza.

Source: Envato elements

Poi sono sicuro ce ne siano anche altri come loro, probabilmente non li ho ancora conosciuti, ma quanti altri saranno? Molti? Non frequento tutti i social network presenti su internet, ma se scommettessi che per ogni dieci docenti che mandano davvero avanti la scuola, nove di loro probabilmente lo stiano facendo nel più perfetto anonimato, mi allontanerei molto dalla realtà? Si tratta dei famosi blind siders, persone che mandano avanti le istituzioni in cui operano nel silenzio, spesso non visti, non di rado con sovrabbondanti dosi di passione, intelligenza e spirito di sacrificio. I presidi che si fregiano del privilegio di guidare le cosiddette scuole d’eccellenza, nei centri e nelle periferie delle nostre città, avranno certamente un cospicuo numero di queste persone al loro seguito. Quando parlo di un problema di comunicazione, mi riferisco precisamente alla scuola, che è un’autentica generatrice di piccoli miracoli, che necessitano però di essere raccontati. Il punto, quindi, è comprendere che essere blind sider non vuol dire non avere una storia da raccontare, quando è spesso è il contrario. Ma prima bisogna convincersene!

Una provocazione

Ed eccomi a ricollegarmi alla questione della Domanda, che ho accennato nell’incipit. La domanda che intendo porre a quella maggioranza silenziosa che, per discrezione, per umiltà o forse perché semplicemente troppo impegnata a fare bene quello che fa, non fa conoscere quello che gli succede mentre cammina sul blind side del percorso educativo:

Ma davvero credete che le vostre storie non siano degne di essere raccontate?

Un esempio per intenderci. Il giorno in cui io e Marco Della Monica abbiamo fatto partire la sezione “Blind siders” all’interno di Euristika, ho voluto condividerne la notizia con un amico, Luca Moltrasio, giovane insegnante al suo primo anno di esperienza presso la Scuola media “La Traccia” in Provincia di Lecco. Ho fatto subito seguire una proposta: “quando mi scrivi qualcosa? Che ti pubblico?”

Risposta del mio amico: “io non scrivo… sono un gregario… faccio il mio in silenzio. Scherzi a parte… ti mando la lettera che mi hanno scritto i ragazzi di terza media dopo quest’anno”:

Eppure la lettera che Luca mi stava condividendo diceva tutto l’opposto di quanto questo professore (che sapevo essere davvero in gamba) mi stava raccontando:

Caro Prof.,

Grazie per questo anno passato insieme. Grazie perché anche se è arrivato in ritardo, ci ha subito trasmesso la sua passione per l’insegnamento, e anche se inizialmente è stato un po’difficile seguire il suo ritmo molto veloce, ce l’abbiamo fatta. Grazie perché non ci ha insegnato semplicemente una materia, ma ci ha insegnato come affrontare gli ostacoli, ci ha sempre ripetuto di non arrenderci mai davanti ad una difficoltà, ci ha sempre fatto ragionare e ha sempre creduto in noi. Grazie perché ci ha fatto vivere nuove esperienze, come quella della catapulta. Grazie perché è riuscito a non deludere le nostre aspettative.

E grazie perché ci ha sempre incitati a dare il massimo e fare le cose nel modo migliore possibile. Grazie perché anche se lo abbiamo avuto solo per un anno scarso, è riuscito a fare la differenza. Grazie perché non ci ha mai trattato come dei bambini, ma sempre da persone mature. Grazie perché ci ha sempre indirizzati verso la giusta strada e non si è mai arreso, anche quando abbiamo dato il peggio di noi stessi. Grazie perché con le sue urla e con i suoi rimproveri ci ha fatto crescere, riflettere ma soprattutto maturare. Grazie per questo bellissimo anno che ha trascorso con noi, e forse l’anno prossimo un po’ ci mancherà.

Grazie ancora per ogni singolo momento.

La sua 3A

Quale esempio più calzante di pepita d’oro, frutto del lavoro di un blind sider, recuperata all’ultimo secondo prima di scomparire nel grande flusso della storia. E anche un bello schiaffo ai detrattori della scuola italiana, data la mia certezza che di storie simili, di professori come Luca, che portano un valore aggiunto inquantificabile e prezioso, ce ne siano migliaia. Semplicemente non le conosciamo… per adesso!

PS: Ho battuto un colpo. C’è qualcuno?

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Scritto, con cura, da Alessandro Giovanazzi nella sezione Blind Siders di Euristika! Per contatti, usare LinkedIn.