DIARIO da Rifugista (Junior). Giorno 21/62.
Siamo arrivati al primo terzo della mia esperienza sulle Dolomiti di Brenta, al Rifugio Tuckett, e voglio condividere con questa comunità com'è andata finora.
In ordine sparso.
- Fare il rifugista non è una cosa da idealisti che vogliono fare lo pseudo-retreat emotivo da instagrammer. Qui si parla di lavorare duro, alla vecchia maniera, con una piccola brigata di persone che lavorano tanto insieme creando legami di valore (attriti compresi).
- Bisogna amare ancora di più quello che si fa. E ogni cosa che si fa (e che non si fa) ha un impatto. L'altro giorno, mentre stavo pulendo il vetro di una porta finestra raramente pulita, il capo cuoco (che non vuole essere chiamato così) mi ha detto: "guarda che noi della cucina vediamo tutto". È stato il suo modo di farmi i complimenti per la cura. La stessa che lui e la brigata della cucina mettono nel fare i canederli, i bis di primi, o lo spezzatino.
- Bisogna rimettere in discussione un sacco di cose. L'età non conta (quasi) nulla. Conta l'esperienza. La mia responsabile ha esattamente la metà dei miei anni, ma quattro stagioni da rifugista. I primi giorni non c'era. Dopo il suo arrivo il modo di lavorare della sala ha fatto un salto quantico di miglioramento, soprattutto nei dettagli. Ho imparato a fare tutto quello che mi chiede senza discutere troppo, e ho messo volentieri a tacere quella parte di me che vorrebbe inutilmente essere più importante solo per una questione di età.
- Ho imparato quanto sia importante provare ad amare tutto ciò che faccio, per quanto possibile: quando sto dietro al bar e preparo un cappuccino, mentre riordino la lavanderia, mentre pulisco bene la turca, mentre chiacchiero con i clienti durante la cena. In tutti questi casi mi trovo sempre davanti a una scelta: fare il mio, oppure guardare quello che sto facendo e chiedermi il senso di quello che faccio. Al Rifugio Tuckett l'80% della clientela non è italiana. Cerca un'esperienza. E quindi? Quando c'è da portare pane, piatti e posate di corsa, corro. Ma appena ho un secondo per scambiare una parola, un saluto, un sorriso, lo faccio. Ed è impagabile.
- Ci sono le montagne. Sono meravigliose. Nelle pause dal lavoro le sto girando in lungo e in largo con gli occhi bene aperti. A piedi. Strade zero. E mi stupisce vedere i fratelli Angeli, che gestiscono questo vero rifugio tenendoci veramente (e non lo dico per dire), uscire fuori ancora a guardare i tramonti più belli. Sono qui da una vita a lavorare, ma si stupiscono ancora. Sembrerà una banalità.
- Spero dalle foto si possa intravedere quanto siano belle le pause dal lavoro in un mondo in cui il cellulare si usa il 90% di meno.
- E infine non possiamo nascondere ciò che siamo: dopo 21 giorni sono qui che continuo a proporre micro progetti di innovazione o ad aiutare a sistemare cose. Come in Talent Garden, che ringrazio per quest'opportunità.
- E lo ripeto. È un lavoro duro. Non è per tutti.