Diario da rifugista (Junior). Giorno 27/62.
Stamattina ho ricevuto un messaggio dal passato mentre passavo lo straccio. L'ho ricevuto dando un'occhiata all'architrave del Rifugio Quintino Sella (quello a fianco al Rifugio Tuckett, per intenderci).
Dalla Carla.
Il messaggio di Carla, del 1959, è scritto a matita sull'architrave di legno massiccio del tetto ed è quasi completamente sbiadito. Riporta:
Qui stati 3 mesi lunghi. Con nostalgia lascio il Tucket [sic] 20 sett. 1959. Saluti a chi verrà a dormire e a chi legge. Carla
Una rifugista come me. Nel 1959. Quasi settant'anni fa. L'uomo non era manco stato sulla luna.

E io lì con il mocio. Stanco dopo un'intera mattina a pulire e a fare letti. A leggere il suo messaggio.
Prima mi stavo godendo il turno lavorativo, in particolare la parte dello straccio, perché:
- Vuol dire che sei alla fine del turno pulizie.
- L'aria profuma di fresco e senti che le stanze sono pronte per ospitare i prossimi ospiti.
- È un lavoro che mi rilassa molto, metodico, semplice, utile.
Ma dopo questa scoperta mi sono ritrovato a lavorare con un grande nodo alla gola, e una serie di pensieri densi che non saprei nemmeno ri-raccontare.
Ho pensato a quante persone hanno lavorato tra queste mura di legno e di roccia. E a quante persone hanno passato lo straccio su questi pavimenti di legno così antico che Giolitti, all'epoca, era ancora al governo. Non le conosco, ma so che ci sono state.
E così mi scopro compartecipante di una storia lavorativa molto più grande di me, molto più lunga di me. Di persone che si sono prese cura e hanno lavorato in un luogo che attraversa la storia. Persone che hanno lavorato qui e di cui nessuno si ricorda (fino a oggi), al pari di quello che succederà con me fra 70 anni.
Se queste travi potessero parlare... E parlano, infatti.
Non saprei davvero scriverla meglio di così. Ma dopo aver sviluppato questo pensiero non ho più passato il mocio nello stesso modo.
Spero di lasciare il rifugio tra un mese con la stessa nostalgia della Carla.
Daje!