“Il bisogno che accada qualcosa”

Intelligenze artificiali, studenti, lavoratori e aziende verso la grande sfida “dell’O-ring”

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Ho incontrato Marco Della Monica a Milano, anche se lavora principalmente in Veneto, grazie a una sua trasferta per motivi di formazione personale. Il fulcro delle nostre discussioni è stato il cambiamento in atto per quanto riguarda l’ingresso nel mondo del lavoro da parte degli studenti, in particolare nelle aziende italiane. È stata una chiacchierata con una testa pensante, che affronta il lavoro con un pensiero profondo dietro. Ho capito di essere di fronte a una di quelle persone, irrequiete, che non smettono mai di crescere. Non a caso è una persona che intreccia continuamente al tema del proprio lavoro quello dell’innovazione, ma che ha molto da dire (a mio parere) anche rispetto all’ambito formativo ed educativo.


Chi è Marco Della Monica?

Oddio. Questa domanda non me l’ha mai fatta nessuno. Strano anche solo doverci pensare! Direi.. che sono un giovane marito, appassionato nel ragionamento e con una spinta dentro che non sempre riesco a intrepretare.

Ho un background in ambito HR ed oggi lavoro in Festo CTE, ci occupiamo di progetti di miglioramento aziendale attraverso la consulenza e di sviluppo competenze con attività di training.

Da dove viene Marco della Monica?

Da dove vengo? Vengo dal sud Italia e vivo nel nord Italia. La mia famiglia ha avuto un percorso molto semplice di vita, e la cosa in realtà mi piace molto. Mio padre ha una creatività stratosferica e lavora in fabbrica; e mia madre, pur non avendo potuto accedere ad un’istruzione avanzata, mi ha insegnato un approccio genuino alla vita che è stato fondamentale per potermi giocare la partita “nell’ascensore sociale”.

So che sei un esperto del mondo HR (Risorse umane). In ambito HR si parla sempre più di selezione tramite Intelligenza artificiale (IA). Chiaramente questo non può che scatenare due reazioni opposte: è giusto usarla perché è equa VS è un metodo disumano.

Dal punto di vista del giusto e non giusto, è quasi sbagliato dare una valutazione di merito. Nel senso che si tratta di uno strumento. Dipende da come lo utilizzi. Se anche tornassimo indietro, togliendo l’IA e vedessimo come avvenivano certe selezioni in passato, capiremmo che si tratta di un falso problema.

Se hai una pila di 200 CV da vagliare manualmente, sarà comunque difficile fare una selezione obiettiva. È vero, non userai l’IA ma, di fatto, farai una pre-selezione “sulla carta” senza che ci sia la ben che minima forma di contatto umano (almeno all’inizio). Se ti focalizzi sullo strumento, ti focalizzi sulla cosa sbagliata. Perché lo strumento “IA” così come lo strumento “database”, così come lo strumento “tirocinante che fa una scrematura spiccia” varia con il variare di come imposti la selezione.

Ciò che cambia le cose è il modo in cui tu hai definito — o non hai definito — i criteri per la selezione. È su questo aspetto che bisogna concentrarsi. Sulla scelta intelligente dei criteri.

È partendo dalla comprensione di tali criteri che una persona deve costruire la propria professionalità? Così da essere selezionata?

Ho già scritto su questo tema in precedenza. Provocatoriamente, per trovare un lavoro, non devi trovare un lavoro. A volte, pensiamo che il percorso sia questo: non ho un lavoro-cerco un lavoro-trovo un lavoro-sono a posto. In realtà, “il lavoro di ricerca di un lavoro” si basa su premesse che entrano in gioco proprio quando un lavoro ce l’hai già. Pur riconoscendo di essere in un paese con dei vincoli di sistema fortissimi, una disoccupazione giovanile troppo alta, vorrei invitare a ragionare, partendo da una prospettiva differente. Se tu, quando lavori, non ti mantieni aggiornato, non ti fai una rete, un network, un minimo di brand personale e non sei curioso e carico di domande, poi sarà molto più complicato quando ti rimetterai in cerca. Si tratta di trovare le condizioni per poterti abilitare ad essere selezionato per una posizione, ed è un processo ongoing che di fatto non finisce mai.

28 gennaio 1986. Lo space shuttle Challenger decolla per la sua decima missione dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral. Il razzo esplode poco dopo il decollo, portando alla morte di tutti gli astronauti al suo interno.. Le indagini successive evidenziarono le cause in un elemento quasi del tutto “marginale”. Da poco era stata cambiata nel razzo una piccola guarnizione di plastica, detta O-Ring. Ecco, lo Shuttle è una meravigliosa macchina praticamente perfetta, ma complessa. Venne pure dato l’avviso del difetto di costruzione dell’O-ring, ma per la fretta un intero progetto, miliardi di dollari e vite umane andarono perse. Provando a fare un parallelo con la realtà economica di oggi, sembra che questa sia sempre più presa dalla frenesia. Nella tua esperienza, le aziende in questo nuovo contesto, non rischiano l’attivarsi del fattore O-ring?

Allora la domanda è buona. Direi ottima! Voglio fare un collegamento con un libro che sto leggendo adesso, la biografia di Elon Musk, che consiglio caldamente di leggere a chiunque (link). Musk ha deciso di intraprendere un’avventura imprenditoriale nel campo aerospaziale, il quale in teoria è un business apparentemente all’avanguardia della tecnologia, ma in realtà molto antiquato. Si tratta di un business molto vecchio proprio a causa della sua complessità e della mole gigantesca dei contractor esterni che lo portano avanti.

La complessità ha fatto sì che tutto quello che tendenzialmente funzionava non venisse più innovato. Così si sono generate delle situazioni per cui, oggi, noi giriamo con smartphones innovativi nelle tasche, mentre sul razzo che porta una sonda nello spazio in taluni casi è montato l’hardware equivalente di un computer 286!

Elon Musk, esaudendo il sogno che aveva da bambino, ha approcciato il business aerospaziale in modo totalmente opposto a quanto fatto dalla NASA. Prima di tutto ha internalizzato tutto, in modo quasi artigianale, ma a differenza della Apple, che ha internalizzato e si è votata alla perfezione, egli ha fatto sua la filosofia per cui non è necessaria una Ferrari per andare a fare la spesa.

Morale della favola, è andato a reperire nel mercato elettronico di consumo i materiali necessari, risparmiando anche dieci volte rispetto ai costosi prodotti fatti dai contractor della NASA. Il risultato è stato un vantaggio competitivo smisurato.

Ammetto di avere preso un po’ alla larga la questione del fattore O-ring. Però mi è servito per introdurre il concetto che ormai sta cambiando il paradigma nell’organizzazione del lavoro (si pensi al metodo “Agile”). Una volta c’era il tema dell’efficienza a tutti i costi. Oggi invece si impone il tema del “Good enough”. Chiaramente questo passaggio ha delle ragioni profonde. Le aziende, oggi, non possono scegliere di rallentare per fare un check sull’orientamento, perché hanno un mercato intorno che non glielo consentirebbe. Se queste rallentassero, andrebbero a scomparire per deficit di competitività. Per cui, direi, che la fretta non è più una scelta ma, volenti o nolenti, un elemento inevitabile nei progetti di business, di cui bisogna tenere conto se si vuole continuare a esistere.

Il mercato del lavoro non sta solo cambiando superficialmente, come pelle. Sta cambiando anche nella sua ossatura profonda. In che cosa le aziende, nella tua esperienza professionale, stanno riuscendo ad adattarsi? Su cosa invece sono più sfidate?

In primis, vedo che è aumentata la consapevolezza. La consapevolezza di non potersi più focalizzare su una sola dimensione aziendale. Prima era più facile innamorarsi di uno strumento. Lo “portavi dentro” e pensavi che ti risolvesse il problema. Invece le aziende hanno ormai compreso quanto sia importante avere un approccio multidimensionale.

Il fattore di difficoltà più frequente, ma penso sia in un certo senso inevitabile, nasce dal fatto che se sei dentro un organismo, sia più difficile fare auto-analisi rispetto ad un ente o persona esterna. Ed è a questo aspetto che si collega una delle cose più importanti che mi ha insegnato il mio mentore attuale: “il fattore chiave è l’individuazione del bisogno. Devi partire dal bisogno”.

Innanzitutto, quando ci contatta un’azienda, nell’esporre il problema, non è detto che ci stia esponendo ciò di cui ha bisogno davvero, proprio perché è davvero complesso fare auto-analisi. In quel caso, cerchiamo di iniziare il processo di consulenza, attivare i professionisti e le competenze necessarie per individuare il bisogno e iniziare a rispondervi, evitando di partire immediatamente dalla “terapia”. Perché se tu correggi i sintomi e non le cause, non aiuterai mai davvero quell’azienda a risolvere i suoi problemi.

Maria Imparato, un insegnante illuminata che ho avuto modo di intervistare poco tempo fa, mi diceva che il ricambio generazionale nelle sue classi non è più scandito secondo i 25 anni canonici, ma piuttosto ogni 2 o 3 anni. Una generazione liquida sta scorrendo attraverso le nostre scuole e comincia a fare il suo ingresso nel mondo del lavoro.

C’è molta discussione sulla multigenerational workforce, cioè sul fatto che si incrocino più generazioni all’interno di un posto di lavoro. Quindi si discute sul fatto se ci sia bisogno o meno di mettere in atto delle politiche aziendali diversificate per ogni generazione. La mia analisi, per l’Italia (per la Silicon Valley la questione è diversa), è che, non avendo dei tassi di crescita elevati, né inserimenti di millennial massivi all’interno delle aziende, il problema non si pone nemmeno. Il rischio, piuttosto, non è tra generazioni anagrafiche, ma tra generazioni manageriali nei cruciali passaggi di consegne che ogni azienda, ciclicamente e naturalmente, deve affrontare.

Le interazioni che abbiamo sono sempre più digitali. Non corriamo il rischio di impoverire le nostre esperienze?

Te lo dico francamente. Io non ci vedo un problema. Per forma mentis io continuo imperterrito a distinguere tra il tema relazione (cioè il “cosa”) e il tema digitale (cioè il “come”). Per me il digitale è uno strumento. Uno strumento che peraltro ci ha fatto incontrare qui, stasera. E poi, per ogni persona che si isola a causa degli strumenti digitali, ce ne sono altre 10 che invece si interfacciano con il mondo. A me manda fuori di testa che io, abitante veneto nella zona del Prosecco, possa interagire e scambiare valore con persone interessanti che sono dall’altra parte del mondo.

Poi è chiaro che se senti il bisogno che qualcosa accada, devi fare lo sforzo di dare seguito a un incontro personale. So che può sembrare forte, ma è ovvio che per me questa sera non faceva piacere essere qua. Di primo acchito, rispondere a una persona che mi chiedeva di incontrarmi e farmi delle domande, sapendo che questa cosa mi faceva uscire dalla routine, magari generando imbarazzo, non era semplice. E qui cito Charles Duhigg nel suo bel libro “La dittatura delle abitudini”, che anche in questo caso consiglio di leggere (link). Potevo starmene comodo in albergo e guardare la TV per riposarmi.

Perché sono venuto allora? Proprio perché sento il bisogno che accada qualcosa. E perché accada bisogna uscire dalla propria routine, anche se è comoda. Il punto sta tutto qui.


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Scritto, con cura, da Alessandro Giovanazzi su Euristika!


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