Il problema dei tre corpi

Ovvero di come l’amore sia una scelta incomprens

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Il problema dei tre corpi

Ovvero dell’amore come scelta

La faccenda era grave.

Erano tre stelle, all’alba dei tempi, prima del tempo, prima di ogni coscienza e di ogni avvenimento rilevante. Una nana Bianca, una gigante Rossa e una stella Wolf. Si fumavano una sigaretta sedute al tavolino di plastica di un bar. Un bicchiere di Braulio con ghiaccio ciascuna e qualche manciata di patatine in una ciotola economica.

“Non capisco”, esordì Rossa. “Perché devo fare tutto questo. Andarmene e salutarvi, lontano. Brillare, per cosa. E per chi? Vivere una vita lunga e sola, solo per quegli ingrati che arriveranno chissà quando, lontani, distratti. Vedranno forse la mia luce, che sprigionerò con tutta la forza che ho nel mio immenso cuore, alcuni rimarranno stupiti, alcuni estasiati, alcuni innamorati. Altri indifferenti al concerto che abbiamo programmato tutte insieme”.

  • “Ti capisco” disse Bianca. “Perché brillare? Miliardi di anni. Creare energia e bellezza. E quando ti vedranno probabilmente non ci saremo più…”

“Perché???” intervenne brusca Wolf. “Cosa vuol dire che non ci saremo più?”

“Perché la tua luce non arriva subito alle persone”. Le fece Rossa paziente. “Dipende da quanto sei lontana. Noi saremo a milioni di miliardi di chilometri, lontane dalla Terra, nel vuoto interstellare. Quando ti vedranno probabilmente sarai esplosa, o ancora peggio consumata. Non siete così voi stelle Wolf? Luminose da impazzire, ma che vi consumate velocemente?”

“Così mi ha detto il dottore. Le mie reazioni saranno sempre scoperte, ciò che ho sotto la pelle sarà sempre battuto da venti impetuosi. Brillerò come nessuno ha brillato nel firmamento di tutti i cieli” disse sprezzante. “Ma farò in tempo quindi? Mi vedranno? Sapranno? Mi guarderanno in mezzo a tutto quel campo seminato di stelle e si soffermeranno su di me esclamando: OH!… Oppure no?”.

  • “Solo l’Architetto lo sa” disse l’una.

“Ma esiste?” chiese l’altra.

“Mah”, disse l’ultima, sbattendo la sigaretta sul posacenere e lasciando cadere un bel mozzicone di cenere, lasciando visibile il nucleo incandescente allo scoperto, vivo e caldo.

“Allora io non lo faccio” disse Rossa. “Manco col cazzo. Non ne vale la pena. Nascere sole, consumarsi sole, morire sole. Per dare luce e sogni a persone che peraltro ci vedranno confuse fra mille altre. E manco si accorgeranno di noi. Per non parlare di quando arriverà l’inquinamento atmosferico e luminoso dopo la Rivoluzione industriale” aggiunse l’altra. “Lì ci vedranno solo gli aborigeni. E chi invece vivrà nelle immense città piene di vuota luce elettrica, alzeranno lo sguardo al cielo e vedranno solo una pallida luce giallo sporca e niente più. Noi dietro, forse dietro.”

  • “Io invece lo faccio”, disse Bianca. “Non posso non farlo.”

“Perché? Chi te lo fa fare?”

  • “Lo faccio… per me…”

“Per te?”

  • “Sì, per me. Voglio brillare per me.”

“Ma se forse ti estinguerai pure prima che gli uomini arrivino. O giù di lì.”

  • “E infatti voglio brillare contro ogni speranza. E dare luce nel buio per chi navigherà e vedrà, tra i mari calmi dell’Atlantico, dispiegarsi uno spettacolo di rara bellezza a cui avrò dato il mio contributo. Vorrei che le persone, nell’infinitesimale battito di ciglia che è la loro vita; che è come un istante quasi insignificante tra una reazione nucleare e l’altra del mio cuore; ecco vorrei che gli si dischiudesse un Waw senza fine. Infinito. Una domanda senza fine. Una ricerca senza fine.”

“Ma perché?”

  • “Perché vorrei fare della mia vita un capolavoro. Un capolavoro che rimanga nel cuore degli altri. Perché io finirò. Ma senza di loro. Senza la loro vita. Senza la loro energia. Senza il loro significato. Senza la loro domanda. Io non sono che una pura palla infuocata di energia senza senso.”

“E se la tua luce non dovesse arrivare?”

  • “Arriverà.”

“Come fai a saperlo?”

  • “Non lo so. Ma la mia luce è infinita. E corre attraverso il buio e lo spazio. È fatta di qualcosa di infinitamente veloce, di quell’energia che può toccare il cuore dell’uomo, dargli direzione, spezzare la sua solitudine e spingerlo a cose grandi. Sicuramente quando gli arriverà la mia luce io non sarò più. Magari il grande buio dei Buchi mi avrà ghermita. Ma avrò comunque brillato. Ma sai che spettacolo?”

“E noi?”

  • “Noi ci salutiamo qui”, disse alzandosi. “Ormai sono tutte in posizione. Manchiamo solo noi. Vogliamo giocarci la partita? Anche se incerta. Oppure vogliamo starcene qui al bar a vedere le cose scorrere via. Spettatrici?”

“Io voglio vivere”, disse Wolf convinta.

“Pure io”, disse Rossa meno convinta, ma non meno determinata, con giusto un pelino di cinismo.

“Andiamo.”

“Grazie della compagnia.”

Si abbracciarono in modo semplice.

  • “Grazie per questo pezzo di cammino insieme. Chissà. Magari ci vedremo presto, come le stelle Binarie. Esse sono piene d’amore, e si girano continuamente intorno, come in una danza. Ma a prescindere sono grata del cammino che abbiamo fatto insieme.”

“Pure io”, disse l’una.

“Pure io”, disse l’altra.

Nel frattempo, come d’improvviso, cominciarono ad accendersi piccoli puntini luminosi tutt’intorno. E come un’incredibile sinfonia di stupore, luce fu.

E non fu più buio.

Dedicato a Eli