“Il sapore che porta l’amare qualcosa”
Cultura aziendale ed educativa sulla cresta della Digital Transformation
Ho incontrato Giorgio Borgonovo grazie a LinkedIn. Mi ha colpito, quando l’ho incontrato in carne ed ossa, per la sua vera passione per il digitale, ma al contempo per l’attenzione alla persona. Ho avuto il piacere di prendere un aperitivo con lui in piazza Gae Aulenti, sotto il Grattacielo dell’Unicredit. Da lui, ingegnere genuino, ho imparato tantissime cose (che troverete qui sotto). Ma ne porto a casa in particolare una: è tutta una questione di prospettiva. Il punto è capire come i nuovi metodi e le nuove tecnologie possono aiutarci ad aprire nuovi scenari su ciò che abbiamo già di fronte agli occhi.
Chi è Giorgio Borgonovo?

Sono un ingegnere atipico. Infatti non particolarmente quadrato. Sono un professionista che cerca la soluzione più semplice (ma non banale) ai problemi. Inoltre sono marito, padre e “giovane” nonno. Ho coltivato la passione per la tecnologia fin dagli anni ’80, programmando sui primi computer. Ho poi proseguito questa mia passione, dopo la laurea in Ingegneria, proseguendo come Digital Transformation Engineer.
Di fatto cerco di capire come funzionano le cose all’interno di un’azienda, capirne i meccanismi e i vincoli per poi proporre soluzioni. Mi diverto a individuare i problemi, provando a smontarli nei loro pezzi costitutivi, per poi ricomporli, risolti.
A proposito di soluzioni. A volte si vedono persone, aziende, governi dibattersi e fallire nel cercare di dare soluzioni ai problemi. Quali sono i fattori più comuni che possono minare il successo delle loro iniziative?
A mio parere le cause principali di solito sono fondamentalmente due: l’egoismo e i preconcetti. Per quanto riguarda la prima causa, l’egoismo, possiamo trovarne un esempio nel calcio. Anche una squadra di valore ha risultati inferiori se ogni giocatore gioca per sé stesso, invece che per la squadra.
La seconda causa sono appunto i preconcetti. Se io ri-utilizzo le esperienze che ho fatto, acriticamente, anche in contesti ormai cambiati, non potrò che rischiare di fallire. Altra cosa sarebbe fermarsi ad analizzare ciò che si ha di fronte, cercando di capire se nella nostra cassetta degli attrezzi c’è qualcosa che ci possa aiutare a trovare soluzioni inaspettate.
Quando - nel mio lavoro da Learning Designer - incontro i docenti con cui innovare i corsi, non di rado essi partono immediatamente da una proposta di soluzione, prima ancora di analizzare la realtà. Lì mi rendo conto che la questione non è tanto a livello di problema, ma piuttosto di domanda. Spesso partiamo dalle risposte invece che dalle domande.
Il punto è che bisogna partire dal “Perché”. Solitamente invece noi ci preoccupiamo tanto del “Cosa”, un po’ meno del “Come” è quasi mai ci preoccupiamo del “Perché” facciamo le cose. Provando a fare una comparazione tra quanto ho detto e il sistema educativo direi che spesso i docenti ormai hanno un approccio “industrializzato” alla formazione. Si dimenticano di guardare coloro che hanno davanti e difficilmente si chiedono se quello che stanno insegnando è davvero quello di cui c’è bisogno. È come se si perdessero per strada il “Perché”, e non di rado pure il “Come”, portando avanti acriticamente le stesse pratiche. In questi casi rimane solo il “Cosa”, ovvero il programma, le istruzioni, le direttive ministeriali, che però non sembrano stare dietro al modo in cui sta cambiando il mondo globale al di fuori della scuola.
Un insegnante che ho intervistato, Maria imparato, mi raccontava del fatto che ormai non si può più parlare di ricambio generazionale ogni 25 anni, ma piuttosto ogni 2–3 anni… al massimo! Questo sembrerebbe aggravare la difficoltà nel comunicare tra la “Generazione liquida” e il mondo adulto.
Se devo essere sincero, questa difficoltà nel comunicare non è poi una cosa tanto nuova.
Non è poi così diverso dal rapporto che avevo con i miei genitori, così come sono certo che la stessa cosa sia in fondo accaduta tra i miei genitori e i miei nonni. Il problema della comunicazione tra generazioni non è un marchio della nostra epoca. Peraltro è anche un bene che ci sia una generazione di saggi e una generazione di entusiasti. Perché se le cose andassero solo come vogliono i ragazzi, si brucerebbero in un attimo; se al contrario ci fossero solo i “dinosauri”, andrebbero ad estinguersi. In questo contesto però sono molto ottimista, perché il salto tecnologico che stiamo vivendo ci fa sentire molto più forte la necessità di comunicare, in particolare gli adulti. In un certo senso siamo addirittura messi meglio che in passato.
Attualmente su linkedin girano spesso infografiche che descrivono com’era strutturata l’educazione in passato e come stia evolvendo adesso. Tutto ciò che appartiene agli approcci passati viene stilizzato in grigio e in modo latamente negativo. Al contrario tutto ciò che è nuovo, metodologicamente e tecnologicamente, viene presentato con colori sgargianti e in modo positivo. A volte sembra che il meglio sia solo davanti e che il peggio sia ormai alle spalle.
Non è vero che è meglio lasciarsi dietro tutto quanto le spalle. È vero che bisogna partire dall’attenzione alla persona. L’antico che porta in sé l’attenzione alla persona è da preservare. Non da scartare. Al contrario quando ciò che è vecchio è un semplice “si fa così perché si è sempre fatto così”, allora lì si tratta di qualcosa di pericoloso.
D’altro canto le nuove tecnologie hanno una tendenza ad essere incentrate sulla persona, ma questo non è sempre vero. Basti guardare al fenomeno dei social network. Il social network è cosa buona finché permette alle persone di incontrarsi davvero; LinkedIn ad esempio ha permesso che io e te ci incontrassimo questa sera (e vent’anni fa non sarebbe mai accaduto!). Al contempo un social diventa pericoloso quando fa incontrare le persone solo virtualmente. Cioè, a me sta bene che mio figlio possa chiedere on-line al suo professore le cose che non capisce. Ma sarebbe tragico se potesse fare solo domande online al suo professore.
A volte sembra che la soluzione a tutti i problemi formativi ed educativi sia l’introduzione di tecnologia, dalla scuola alle aziende. Ma in questo torrente tecnologico c’è ancora spazio per i maestri?
Il “maestro” non ti insegna cose. Il maestro non ti da soluzioni. Il maestro ti insegna a porre le domande. Un aneddoto su Einstein dice che egli non sapeva e non voleva sapere il suo numero di telefono. Perché — si chiedeva — mi devo sforzare di ricordare qualcosa che posso trovare sull’elenco telefonico? Oggi la tecnologia è come un elenco che aiuta a trovare sempre più risposte. Ma la capacità di farsi delle domande non viene dalla tecnologia, che anzi spesso ci rinchiude dentro le risposte altrui.
Il bravo maestro è colui che ti apre la mente e ti fa vedere che c’è un mondo là fuori. Che le risposte che puoi trovare dipendono dalle domande che fai e che tutto dipende dall’essere curiosi, invece che venire risucchiati dall’orizzonte ristretto di un cellulare.
Bisogna essere curiosi perché la realtà ce lo chiede sempre di più. Nel mondo del lavoro oggi è inderogabile il continuare a imparare. Ma perché questo avvenga c’è bisogno di avere uno scopo e noi dobbiamo aiutare i ragazzi a capire che devono rispondere ad uno scopo.
Come fare affinché i nostri figli interiorizzino la curiosità e la necessità di uno scopo?
Ci vuole passione. Ed è un argomento a me molto caro. Ciò che cerco di instillare nei miei figli è la ricerca della passione, qualsiasi essa sia. Non mi interessa che mio figlio sia fermamente intenzionato a diventare un calciatore. Io anzi lo sostengo in questo suo coltivare questa ambizione. A me preme che lui ami ciò che fa e che non sia tiepido, perché poi, anche se non diventasse calciatore, avrebbe comunque imparato il sapore che porta l’amare qualcosa.
Ho visto su linkedin che sei particolarmente appassionato di Serious Games, in particolare attraverso l’uso dei LEGO come strumento formativo. Secondo te perché un gioco come i LEGO può essere utile in ambito aziendale?
Allora, ci sono due aspetti: uno è quello del gioco come meccanismo, come modellazione della realtà. Un altro è quello del gioco dal punto di vista emotivo. I LEGO permettono di rappresentare ciò che è intorno a noi. In un certo senso, con i LEGO, possiamo letteralmente prendere in mano la nostra azienda e guardarla da più punti di vista, con estrema facilità. Poi c’è l’aspetto emotivo. Quando ci si diverte, si fanno le cose meglio ed emerge quello che in fondo è lo stesso principio fondante della passione. In questi casi i professionisti si rilassano, smettono di essere concentrati solo su sé stessi, magari approcciano i problemi in team e si rendono conto che possono guardare la realtà con occhi diversi. Il gioco è questo. Fondamentalmente li aiuto a realizzare una realtà sintetizzata della loro azienda, permettendogli di “toccare” con mano gli elementi su cui bisognerà poi andare ad operare.
Si parla tanto di Digital transformation, associandola particolarmente alle materie scientifiche. C’è ancora spazio per le materie umanistiche?
Intanto se vai a vedere la definizione di Digital transformation, scoprirai che nella sua accezione originale essa ha innanzitutto una valenza culturale e personale. Quindi la tecnologia è soltanto un “abilitatore” e moltiplicatore della trasformazione. Io credo che se l’aspetto principale della digital transformation è il mettere la persona al centro, allora sia necessario che qualcuno sappia ascoltare e sappia parlare, con questa persona. E questo dialogo non sono né l’informatico né l’ingegnere a poterlo fare, ma piuttosto l’Umanista.
Quindi l’umanista non può pensare di continuare a scrivere con la “macchina da scrivere o usare la penna stilografica” perché perderebbe poi tutto l’aggancio con la parte tecnologica. Al contempo sarebbe assai pericoloso lasciare quanto sta succedendo in mano ai soli “tecnologi”. Concludo dicendo quanto sia necessaria la capacità di dialogare fra i due. Serve che il tecnologo capisca le ragioni dell’umanista e l’umanista il linguaggio del tecnologo. Solo in questo modo sarà possibile sviluppare “Experience” tecnologiche che riescano davvero a mettere al centro la persona.