L’errore come esperienza educativa

Il nostro compagno di viaggio

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L’errore come esperienza educativa
Leonora Giovanazzi photo Archive

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I’ve missed more than 9000 shots in my career. I’ve lost almost 300 games. 26 times, I’ve been trusted to take the game winning shot and missed. I’ve failed over and over and over again in my life. And that is why I succeed” (Michael Jordan).

L’abbiamo tutti sperimentato, di fronte a una lavagna, mentre il nostro insegnante di matematica ci chiedeva di risolvere quella funzione incomprensibile. Ci ha fatto compagnia, insieme al bruciore sulla pelle delle mani, mentre facevamo i nostri primi tentativi sulla bicicletta.

È una delle cose che ci accadono più di frequente, in qualsiasi fase della vita. Spesso vorremmo disfarcene. Non di rado cerchiamo di nasconderlo. Siamo sollevati nel vederlo accadere ad altri piuttosto che a noi.

Si tratta dell’errore, ed è in realtà lo strumento più potente che venga dato all’uomo per crescere.

L’errore nel mondo del lavoro

Dialogando con persone che fanno i lavori più diversi, dal consulente all’infermiera, dall’insegnante all’ingegnere, spesso emerge quanto nel loro ambiente lavorativo prevalgano atteggiamenti fortemente competitivi. Questa competizione estrema, magari celata da atteggiamenti superficialmente cordiali, fa sì che prevalga nella maggior parte dei casi l’impazienza e una spinta ad apparire perfetti nella propria “performance”, così come a non tollerare chi si discosta dai canoni di questa performance.

In questi specifici contesti la possibilità di compiere un errore non è contemplata, né dai pari né dai capi. Si vedono per questo amministratori importanti fingere dati non esistenti, pur di salvare la faccia di fronte ai loro capi. Ma non mancano anche gli impiegati, distrutti dall’inadeguatezza della loro performance. Ma questo modo di trattare l’errore da dove trae origine?

L’errore nel sistema educativo e in università

A pensarci bene, tranne alcune importanti eccezioni, il sistema universitario è basato sul fatto che lo studente debba riuscire, ogni volta, al primo colpo. Di solito è una serie continua di esami. Talvolta non incontriamo il docente fino al giorno dell’esame, talvolta nemmeno quello. In questi casi il fallimento non è considerato. Bisogna semplicemente superare l’asticella minima (in Italia il voto di 18/30) per poter considerare la questione conclusa. Non viene concepito un percorso. Se ti schianti contro il muro dovrai tornare indietro, riprendere la rincorsa e provare a saltare di nuovo. E questo sperando, che al secondo o al terzo fallimento non ti venga da arrenderti (si pensi ai tassi di abbandono scolastico e universitario in Italia)

In altre parole il nostro sistema educativo è costruito sulla base del “percorso ottimale”. Basterà seguire il percorso prefissato, anche prendendo il minimo ogni volta, per poi non pensarci più. Non deve perciò sorprendere che a molti venga la tentazione di guardare alla propria esperienza di formazione centrandola unicamente sul superamento dell’esame, piuttosto che sullo scopo dell’esperienza d’apprendimento stessa.

L’errore come segno di ignoranza e giudizio su di sé

L’incapacità di comprendere il potenziale educativo dell’errore emerge spesso nei dialoghi con gli interlocutori. Non è un esercizio teorico il dire che molte persone lo considerano come indizio di ignoranza. Il punto è che quando si viene allevati in un sistema educativo che imposta il proprio percorso formativo sull’evitare l’errore, diventa poi difficile liberarsi nel lavoro da quello che a tutti gli effetti diventa una specie di imprinting.

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Un professionista, ultimamente, mi ha raccontato di aver assistito ad una riunione in cui dei manager, di fronte al cliente a cui avevano promesso di portare dei dati che in realtà non erano in grado di reperire, si erano inventati tutto di sana pianta. Ecco il contrario della capacità di accettare l’errore, un’arroganza (piena di fragilità) che non danneggia solo noi, ma danneggia anche chi ci sta intorno.

L’esperienza dell’errore

“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la Torre di Pisa” (Gianni Rodari)

Quanti casi incredibili di persone che hanno cambiato il mondo proprio partendo da fallimenti cocenti, che però hanno permesso di intraprendere percorsi di vita e di crescita che nessuno si sarebbe sognato di pensare.

La Pixar, con i suoi meravigliosi film d’animazione, oggi forse non esisterebbe se Steve Jobs non fosse stato licenziato dalla Apple. Oppure Harry Potter non farebbe parte della nostra cultura letteraria, se la Rowling non fosse stata capace di andare gli oltre 13 rifiuti opposti dagli editori al suo manoscritto. Al contempo quante persone, se interrogate, non possono negare che gli episodi di crescita più importanti per la loro vita personale, educativa e professionale siano emersi proprio a partire da errori, anche gravi?

Quanto sarebbe utile provare a riconcepire il nostro modo di affrontare i nostri errori, vedendoli con un approccio educativo. Scopriremmo che cadere ci rimette in movimento, ci scardina dalle posizioni di stallo e ci costringe a guardare la realtà con occhi nuovi.

L’errore come altra faccia della medaglia del fare meglio

Fai delle cose, il tuo capo/educatore ti dice che si possono fare meglio e magari tu non capisci nemmeno, eppure dopo averle fatte dici: in effetti ho fatto bene ad ascoltarlo. Accade perché sei in un rapporto.

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Se invece ti potessi accorgere da solo dei tuoi errori, vorrebbe dire che hai già la maturazione per affrontare la realtà da solo, migliorandoli e migliorandoti. Il punto quindi è la maturazione che si ha di fronte all’errore, perché se è sufficientemente alta basteremo noi — da soli — per renderlo un fattore costruibile. Bisogna però chiedersi, in tutta onestà, quanti possano dirsi sufficientemente maturi in questo senso.

Di solito, proprio per una mancanza di maturità abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia accorgere dell’errore, ovvero di una persona più matura che colga l’occasione del nostro errore per farci crescere. Ovvero di un “maestro”.

Il dirigente non deve sbagliare?

Di fronte a quanto descritto l’obiezione più frequente nei dialoghi avuti su questo tema è: però in Università vengono formati i dirigenti di domani. La loro mentalità deve per sua stessa natura essere impostata all’evitare l’errore. Questo perché si pensa che un dirigente non si possa permettere di avere uno sguardo che tolleri l’errore (suo e degli altri). Si crede che nel sistema ultra-competitivo che sempre più si sta affermando nel mondo occidentale questo dirigente verrebbe immediatamente sbranato e sostituito. Sempre di solito però, una volta lanciata la discussione qualcun altro obietta, dicendo invece di avere un responsabile che li ha gettati nella mischia, lasciandoli sbagliare e sostenendoli nei loro errori, cercando di farli crescere in autonomia e in professionalità.

Da entrambi gli interlocutori questi dirigenti vengono riconosciuti come di successo, capaci e competenti.

Ci rendiamo allora conto che ci possono essere molteplici filosofie con cui si affronta l’errore, nel lavoro come nell’educazione. Non si tratta di capire quale fra queste sia quella giusta, ma piuttosto di individuare la più conveniente per noi, per chi ci sta intorno e per l’azienda in cui lavoriamo.

La risposta a questo problema, delineato in questo primo post, sarà l’oggetto delle argomentazioni nei post delle prossime settimane.

Persone intervistate

Quanto ho scritto è nato dal dialogo e dal confronto, libero, con:

Giulia Bergamini, Pietro Tapponi, Stefano Miglio, Alex Foti, Annalisa Benatti, Martino Salvatore Corso, Miriam Pozzi, Gianfranco Siciliano, Luciano Romoli, Andrea Silva, Leonora Giovanazzi, Michele Plescia, Alessandro Iannella, Francesca Rossi, Angelo Lucio Rossi, Mattia Tavernini, Giacomo Quaglia.