Rimettere al centro la relazione in ambito educativo
Proposta semi-seria per un approccio al mondo educativo che sia “Relation-centred”
Durante una mia recente intervista a Osvaldo Danzi, sono rimasto particolarmente colpito da alcune sue affermazioni. Provando a sintetizzarle: “in questa nostra epoca digitale, la tendenza è verso una sempre minore capacità sociale delle persone, in particolare dei giovani. Ormai sembra che sia quasi più importante avere un pubblico (dei follower) che degli amici”. Insomma, all'aumentare delle nostre possibilità di relazione (in particolare digitali) sembra corrispondere un equivalente incapacità di costruire relazioni reali attorno a noi. In linea generale, anche se con alcune eccezioni, mi sono trovato d’accordo con le sue affermazioni.
Riflettendo sulle sue parole, nei giorni successivi, sono arrivato a chiedermi: se la mia esperienza quotidiana è che oggi le persone faticano sempre più a relazionarsi (davvero), da dove trae origine questo cambiamento? Il modo in cui vengono educate queste persone c’entra qualcosa?
Gli approcci Learner-centred e Teacher-Centred nell’educazione scolastica e professionale
La letteratura, scientifica e non, pone sempre di più il problema di come debba essere superato il modello d’apprendimento tradizionale, basato sulla centralizzazione della figura dell’educatore. Riprendendo alcuni assunti abbastanza frequenti, questo modello viene definito, in inglese, teacher-centred e si basa su alcune caratteristiche specifiche:
- Il docente parla e i discenti sono passivi;
- I discenti lavorano da soli;
- Mancanza di problematizzazione degli argomenti.
A questo modello, considerato come arcaico, obsoleto e non privo di difetti, la letteratura e le università stanno sempre più contrapponendo un nuovo modello, definito come learner-centred, in cui invece:
- I discenti svolgono un ruolo attivo;
- I discenti interagiscono fra loro;
- Gli argomenti vengono trattati non solo a livello conoscitivo ma anche capiti tramite la pratica.
Chiaramente, se posta così, non sembrano esserci dubbi su quale delle prospettive scegliere: la seconda ovviamente!
In realtà entrambi gli approcci hanno dei pro e dei contro. Il fatto che il docente si ponga come punto di riferimento per il discente ha una funzione fondamentale. Così come dare un ruolo attivo al discente, non può che essere un passo avanti, invece che immergerlo in un contesto formativo privo di significato e stimoli. Si potrebbe argomentare molto sugli ulteriori elementi positivi dell’uno e dell’altro approccio, i quali vengono spesso portati avanti dai propri sostenitori come se fossero alternativi l’uno all'altro. Il primo descritto come retrogrado, il secondo come ideologico (dai rispettivi detrattori). Poi bisogna sempre tenere conto del fatto che non esiste solo il bianco e il nero, gli stessi sostenitori dell’approccio learning-centric sembrano essersi accorti del ruolo comunque fondamentale del docente, andando però a creare forse un po’ di confusione fra il termine (che punta verso un estremo) e la definizione (che solitamente tende a essere più bilanciata).
Si vuole quindi avanzare un’ipotesi, anzi una sfida a tutti i lettori, educatori e professionisti che leggono questa rubrica. Se a livello educativo e formativo proponiamo modelli incentrati alternativamente sul discente o sul docente, non rischiamo di perdere una componente fondamentale, che è quella del rapporto fra i due? Se una persona è completamente incentrata su di sé, come farà a incontrare davvero l’altro e quindi crescere e innovare mescolando la propria esperienza con lui?
Perchè una prospettiva Relation-Centred?
Il rischio dei modelli centrati su uno degli attori del rapporto educativo è che non tengono conto del fatto che, di solito, le questioni più importanti che apprendiamo nella nostra vita, derivano da un rapporto. Jovanotti ci dice:
Un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te
ma ti guardi intorno e invece non c’è niente.
Un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che
hanno ancora il coraggio di innamorarsi
(Fango, Jovanotti)
Il punto è che, in fondo, pensare di mettere al centro la persona, può comportare il rischio di costruire tante piccole isole, tante piccole persone, che magari possono essere solide quanto vogliono, ma sono pur sempre isole.
L’esperienza invece sembra portarci da un’altra parte. Lo intuiscono coloro che “hanno davvero voglia di innamorarsi”, del proprio partner, del proprio lavoro o della propria materia di studio. Brandi Carlile, nel testo di “The Story”, lo afferma con semplicità: solo se hai qualcuno (un amico, un amata/o, una persona o un pubblico) a cui raccontare la tua storia, se hai una relazione, la tua esperienza ha significato. Ma perché una storia venga raccontata, sul serio, ci vuole che l’altro sia davvero lì ad ascoltarti. Altrimenti non saremmo tanto diversi dal vecchio matto del film “Cinema Paradiso”, che gira e parla da solo per la piazza (digitale). Quindi non basti tu, non basta l’altro, ma è pure necessario che venga stabilito un legame, o addirittura un’amicizia, prendendola con le parole di Danzi. Il punto è che ci deve essere qualcuno che l’ascolti, la tua storia.
All of these lines across my face
Tell you the story of who I am
So many stories of where I’ve been
And how I got to where I am
But these stories don’t mean anything
When you’ve got no one to tell them to
(The Story, Brandi Carlile)
In altre parole, solo se ci raccontiamo e ci mettiamo in ascolto dell’altro, possiamo cambiare le persone, come educatori e come professionisti. Un cambiamento che sia davvero innovativo. Cosa di cui ci ha parlato Andrea Mattioli recentemente. Ma più in generale, si è compreso quanto il punto nodale non sia il mettere al centro qualcuno, ma piuttosto decentrarsi, con le parole di Gianluca Metalli. Bisogna imparare che al centro non ci sei tu, ma non deve nemmeno per forza esserci l’altro, da solo.
Ma quindi al centro cosa deve esserci?
Il maestro in un approccio “Relation-Centred”
Esiste un modo di apprendere e far apprendere che non si basa sulla “facilitazione”, ma piuttosto sul passaggio di testimone, come ha avuto modo di raccontarci Marco della Monica nel suo pezzo sui blind siders. L’idea è che cresciamo e possiamo affrontare adeguatamente la realtà, grazie all’incontro con persone che condividono con noi la propria esperienza, così da permetterci di fare poi la nostra. Bernardo di Chartres sintetizzò il senso del progresso (oggi la chiamiamo innovazione) portato dal passaggio di testimone fra maestri e allievi con un inciso magnifico, Nani sulle spalle dei giganti.
Alcuni esempi di approccio relation-centred
Chiaramente, questo modo di fare didattica e formare non è nuovo. Sarebbe la scoperta dell’acqua calda… se il mondo non stesse tragicamente andando da tutt'altra parte. Quindi i gesti più piccoli, nel contesto che ormai attraversiamo, sono già di per sé innovativi. Molto di più di mille discorsi complicati. Alessandra Maggi, per esempio, non consegna più le pagelle solo ai genitori, ma prima di tutto le consegna ai propri studenti, incontrandoli personalmente. Questo per evitare di ridurre l’intero lavoro di un anno a dei numeri su un foglio di carta, ma soprattutto perché è con quegli studenti che costruisce un rapporto. Parte tutto da una domanda: ma se durante quest’anno ho costruito una relazione coi bambini, perché poi la pagella (e valutazione) la dovrei dare ai genitori, invece che ai veri protagonisti del mio rapporto? Perché al centro non c’è l’insegnante, ma nemmeno lo studente. Al centro c’è la relazione fra loro due, protagonisti entrambi dell’esperienza educativa. Come diceva Biancamaria Cavallini nella sua intervista “Più che di learner-centred learning si potrebbe piuttosto parlare di co-costruzione della didattica, con un approccio relazionale in cui al centro ci sia un rapporto”.
Il Relation-Centred learning e la Rivoluzione digitale
In questo contesto allora bisogna chiedersi quale sia il ruolo della tecnologia. La tecnologia aumenta le nostre possibilità di relazione, ma non deve essere confusa con la relazione stessa. Infatti “se senti il bisogno che qualcosa accada, devi fare lo sforzo di dare seguito a un incontro personale.”
Il digitale crea maggiori condizioni affinché la relazione si esplichi, ma instillare nelle persone il desiderio di uscire da se stesse per andare incontro all'altro è molto più importante (e nel contesto di oggi urgente). Invece è facile cadere nella tentazione di introdurre metodi e tecnologie, pensando siano innovazioni, anziché capire che prima che costruire un mezzo, è meglio capire lo scopo per cui conviene usarlo. Come sosteneva Andrea Geremicca, “Spesso si cerca di introdurre tecnologia anche quando questa, in realtà, non va a soddisfare alcun bisogno”. In fondo… perché dovrei salire su una macchina bellissima, se non ho alcun posto dove andare?
Non solo tool e metodi, ma anche cuore e passione
Ci si rende dunque conto di quanto in una relazione formativa davvero solida l’uso di strumenti e metodi sia secondario. Secondario non perché sia meno importante, semplicemente perché viene dopo. Lo si capisce dal fatto che saperne molto di metodi e tools non ci rende automaticamente bravi educatori o formatori.
Primariamente, nel rapporto educativo, bisogna mettere in campo un fattore tanto riconosciuto, quanto poco trattato da qualsiasi articolo, scientifico e non (almeno fra i recenti), dedicato alla didattica: la passione.
Stefano Dominoni, ci ha raccontato che il primo modo per proporre una relazione educativa allo studente “è vivere”. Insieme a lui Giorgio Borgonovo, nella sua intervista, ha affermato che:
Ci vuole passione. Ed è un argomento a me molto caro. Ciò che cerco di instillare nei miei figli è la ricerca della passione, qualsiasi essa sia. Non mi interessa che mio figlio sia fermamente intenzionato a diventare un calciatore. Io anzi lo sostengo in questo suo coltivare questa ambizione. A me preme che lui ami ciò che fa e che non sia tiepido, perché poi, anche se non diventasse calciatore, avrebbe comunque imparato il sapore che porta l’amare qualcosa.
E così Maria Imparato, insegnante di Latino:
Prima di tutto io sono un’appassionata. Sono appassionata di quello che insegno. Magari sarò anacronistica e patetica. Però l’importante è far sentire la bellezza di quello che insegni.
Perché “imparare il sapore che porta l’amare qualcosa” è l’unico antidoto contro l’indifferenza e la desertificazione dei rapporti che vediamo accadere attorno a noi, nonostante le tante vagues di tecnologie e ricette (spesso intelligenti eh!), di metodi cooperativi e di team building che (pur efficaci e assolutamente utili) non riescono a capire che devono essere strumento al servizio di qualcosa di ben più essenziale.
Scritto, con cura, da Alessandro Giovanazzi su Euristika!

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